take a seat

LE SEDIE NELL'ARTE DI MARCO AZZOLA

14.05.2012 ways of seating Paola Treppo

 

 

Marco e la sua sedia da pittore. Marco e il suo cavalletto. Marco e la sua casa. Quasi una baita, ai piedi della collina, al buio, in un angolo fuori dal centro dove i raggi del sole filtrano attraverso i vetri delle finestre solo per poche ore al giorno. Ma lì, vicino alla stufa a legna, d’inverno, e sull’erba, d’estate, c’è sempre luce. È la sua. E basta, per chi ha la fortuna di cogliere il vero, al di là di tutte le apparenze. Ma come c’è finito, Marco, in mezzo a noi? Che sembra un’extraterrestre, un alieno? I critici d’arte lo descrivono come disadattato, privo di relazioni sociali, con una vita tormentata e oscura, ai margini. Ma i suoi quadri, le creature nate dalle sue mani, raccontano di un animo infinitamente grande e sensibile. Centinaia di tele a olio sparse, in 46 anni di vita d’artista, un po’ in tutto il pianeta: dall’Italia, al Canada, alla Grecia, all’Australia. Perché chi l’ha conosciuto, Marco, e poi se n’è andato a vivere all’estero, ha voluto portare con sé un quadro a sua firma, un paesaggio della Pedemontana friulana. E lo conserva gelosamente. Come pezzo di storia intima, come radice della terra natia, come segno del fare italiano più vicino. “La mia sedia e il mio cavalletto.. e un paesaggio. O una vecchia foto. Non mi serve altro”. Se non i ricordi. O le memorie di amori passati, che gli sono rimasti dentro. La musica del cuore che batte sempre all’immagine della mamma e del papà che l’hanno lasciato quando era ancora ragazzo. Marco vive di poesia e d’aria. Di sguardi. Le mani nodose, il volto segnato dal tempo, dal dolore ma anche dall’emozione immensa che solo la comprensione della natura, anche di quella dell’uomo, sanno dare. Marco, Marco Azzola, è nato a Tarcento, la Perla del Friuli, la Città del fuoco e dell’acqua, nel nord dell’Italia, il 6 luglio del 1948. E da allora ha vissuto più di un’esistenza.

 

 

Si ritiene allievo spirituale di Van Gogh anche se la sua arte ricorda molto di più Antonio Ligabue. Allievo di Giampietro Nimis, ha cominciato a dipingere già a 6 anni e da allora non ha smesso più. Ricercato da collezionisti e amanti della sua singolare, unica e del tutto peculiare modalità espressiva, che non si rifà a nessuno se non al suo sentire, Marco vive dipingendo e dipinge la vita. Null’altro. E lo fa sulla sua sedia, in legno e paglia, una sedia che nessuno vorrebbe più ma che ha una storia familiare intima e personale, che non si può raccontare con le parole. “Mi servono una sedia, una tela, pennelli e colori”. Anche la calma, il silenzio della giornate piovose, o di quelle assolate, di un primo pomeriggio di agosto. Ed ecco, da quella sedia, da quelle mani, uscire capolavori d’arte di un’originalità assoluta. Marco, che nel 2013 sarà protagonista di una nuova mostra personale, non si cura dei dettagli: “tutta materia, il mondo va alla rovescia, non c’è umanità” dice, avvolto nella sua giacca. Nato il 6 luglio, del segno del cancro, con una sensibilità oltremodo spiccata, ha scelto di essere solo ma non di sentirsi solo. Ama lo solitudine perché vive in sintonia con la natura che lo circonda, a volte benevola a volte malevola. “È il mistero dell’esistenza” dice con un sorriso, e poi ti abbraccia. “L’arte, la creazione, la scelta di dedicarsi completamente all’ideazione, l’amore per il bello e per ciò che piace e ci fa respirare l’amina, che la nutre. Queste sono le uniche ancore di salvataggio per l’uomo di oggi. Il resto è un andare e venire da posti sempre uguali. Il nuovo e il bello che c’è in noi, se abbiamo il dono di poterlo trovare e comunicare, sono racchiusi nella creazione: della musica, della parola, della linea delle forme che diamo agli oggetti che arredano la nostra vita e che comunicano quello che abbiamo dentro. Una ricchezza immensa. Sarà quanto porteremo con noi, un giorno, quando ce ne andremo. E sarà questo quello che lasceremo in eredità a chi ci seguirà. Creare, ideare e sognare significa dare una speranza, accendere la luce dove per secoli c’è stato buio. Non importa a che costo, sia pur quello della vita”. Marco ha partecipato a una dozzina di mostre collettive ed è stato protagonista anche di alcune personali. È l’emblema dell’uomo al passaggio di due millenni, alla continua ricerca di un equilibrio tra l’essere e l’avere, tra il dare e il chiedere, tra il vivere e il morire, tra una dimensione e l’altra. Un equilibrio che gli permetta di vivere quel che gli resta ancora, con la sua grande dignità di essere umano.

Paola Treppo

 

 

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