take a seat

PENSARE ARCHITETTURA CON ENRICO SELLO

29.03.2012 ways of seating Filippo Saponaro

Nel cuore di Udine c’è lo studio di un architetto molto importante, a mio avviso, per la città e il suo territorio. Il suo nome è Enrico Sello. Enrico è un amico e un bravissimo professionista, trovo molto interessante il suo lavoro e il modo in cui lo svolge. Ho sempre pensato che dalle sue parole potesse nascere una lezione di architettura e così ho deciso di rivolgergli delle domande.  

FS: Trovo che tu sia un bravissimo architetto, un maestro e guardo a te come a un architetto-artigiano. Ciò che mi interessa non sono solo le tue realizzazioni, ma quello che ti ispira, ti attraversa la mente e le ragioni per cui fai certe cose…  

ES: Mi definisco architetto-artigiano in quanto sono sempre stato un architetto che ambiva alla manualità dell’artigiano, un architetto affascinato dalla cultura del fare; vedere cose realizzate come quelle che hai pensato, insegnare all’artigiano un altro modo di fare rispetto a quello che ha sempre imparato e fatto, fargli in qualche modo disimparare il mestiere e ricominciare da capo. L’artigiano ha il limite della ripetizione sempre uguale di quello che sa fare, diventa puro esecutore di una cosa che è quasi un rito; io arrivo e glielo faccio dimenticare. Solo con la testa e il cuore si fanno cose speciali.  

FS: Questo approccio vale anche per te e il tuo lavoro? È cosi che nasce il tuo processo creativo?  

ES: Questo vale anche per me; non fissarsi solo sulle cose che si sanno fare, perché le si sanno fare e ripetere, ma ogni volta adattarsi coi propri pensieri al tema, al luogo, ai suoi problemi e i suoi limiti, diventare parte integrante del luogo, lavorare per lui, essere umile servitore dello spazio e del compito.  

FS: Sei un architetto colto e sensibile, conosco i tuoi lavori e so che sei interessato ai materiali e alle finiture, che il più delle volte inventi e realizzi in cantiere. Sei molto attento al processo naturale di trasformazione che i materiali subiscono nel tempo. Pensi il progetto in loro funzione o li usi solo come pelle, decoro o rivestimento? E quali sono i materiali con cui ti senti più a tuo agio?  

ES: Sono sempre attento ai materiali e soprattutto alle loro trasformazioni. Il legno, per esempio, in segheria è bellissimo, si sentono la materia e il suo profumo; in falegnameria, lavorandolo, diventa facilmente più brutto, materia assoluta senza vita propria; in verniciatura il legno diventa spesso un’altra cosa, si trasforma e cambia connotazione, ha perso il suo essere legno e può essere qualsiasi altra cosa, anche plastica. Il rispetto per la materia deve essere in questo senso totale. Il processo di trasformazione dalla materia alla forma, conservando la sua bellezza intrinseca è qualcosa di molto difficile da attuare. Bisogna astrarsi, adattare i pensieri al materiale e non, al contrario, adattare il materiale ai propri miseri pensieri. Questo vale per l’architettura che è sempre una sommatoria di pensieri, non solo quelli congrui con la disciplina, un architetto deve sapersi ispirare alla tecnica, alla musica, ai sogni, ai ricordi, alla pittura, alla letteratura e soprattutto alla poesia, perché senza di lei non c’è nulla. Disegno sempre tutto, sempre a mano su fogli A3 con note e appunti, segni, cancellazioni, spunti e varie riflessioni. La loro coerenza di piccoli gesti che ambiscono a diventare una storia è data sempre dal rispetto del tema che ci si è dato, altrimenti sarebbero frammenti che difficilmente si trasformerebbero in figure.  

FS: Entrando nel dettaglio, ho visto che disegni anche tanti mobili, per esempio hai disegnato delle sedute e hai reinterpretato delle sedie classiche, magari solo con colori o materiali diversi: come li progetti?  

ES: Col design dei mobili il concetto è uguale. La mia fortuna è che non conosco quasi nulla del design affermato, né il progettista, né la ditta che produce, e così sono più libero di pensare; non sono viziato dalla conoscenza, non ne sono dipendente. Il disegno parte sempre da un’astrazione. Cos’è un tavolo, se non un piano, che per la forza di gravità starebbe a terra, che io prendo e sistemo in qualche modo a una altezza che mi risulta comoda; nient’altro. Poi, se si parte da questa “astrazione”, si può arrivare da tante parti, anche a un tavolo che non è più un tavolo, ma una seduta, o a una seduta che si inventa di essere un tavolo; sono tante le strade aperte.  

FS: L’astrazione è interessante, ma nel concreto c’è qualcosa che ti ispira davvero, che ti fornisce spunti da cui partire? Ci sono sedute indimenticabili? E, se sì, quali secondo te?  

ES: Facendo riferimento al mondo delle sedie, ne cito alcune che mi hanno sempre colpito. La sedia pieghevole da sagra, quella con le steccioline di faggio; dove trovi una cosa più bella con un costo di 8 euro. Un’altra è la famosa tripolina di disegno anonimo, pensata per essere piegata e trasportata come un sacco a spalla. Ma non dimentichiamo la sedia “Milano”, la “Chiavarina”, quella da regista, sedute della tradizione italiana dalla forma insuperabile e fonte d’ispirazione per ogni disegno di sedia possibile.  

FS: Grazie Enrico.

Ultime news

Periodico online registrato presso il Tribunale di Udine il 28 gennaio 2012 n° 1